POSSO DIRE

Posso dire della gente che non c’entrava niente ammazzata dai fascisti, del macellaio e del Grande invalido della Prima guerra mondiale messi al muro per rappresaglia a causa di una sparatoria avvenuta a decine di chilometri di distanza, della gruccia dell’invalido appoggiata al muro fissata per sempre nella memoria di mia sorella Germana. Posso dire di tutte le volte che la mia famiglia sentiva partire i camion dal Dazio a poche decine di metri da casa, camion carichi di fascisti diretti verso le Valli di Lanzo per fare i rastrellamenti, per andare a stanare quelli come me che avevano fatto la scelta di non fare la guerra indossando una camicia nera. E posso dire del ragazzo in camicia nera che vedevo ogni volta che riuscivo a tornare a casa per una breve sortita, di tutte le volte che l’ho visto fare il posto di blocco con i repubblichini del Dazio. Qualche giorno dopo la Liberazione, quando eravamo noi a fare i posti di blocco, quel ragazzo me lo sono visto che cercava di passarci davanti. Indossava una camicia di un altro colore, ma qualcuno lo ha riconosciuto lo stesso. Un compagno lo teneva per il bavero della giacca, in un modo che faceva capire che non se la sarebbe cavata con quattro schiaffoni. Erano successe troppe cose, nel mezzo. Il momento era quello. Io mi sono avvicinato al compagno. Questo ragazzo lo conosco bene, gli ho detto. È uno del mio quartiere. Una brava persona. Ci siamo sbagliati. Non è certo il tipo da aver indossato una camicia nera. Lasciamolo andare. Ho fatto bene? La guerra è finita. Le scelte sono state fatte. Le storie sono quelle. Sono storie che dobbiamo ancora raccontarci, anche se sappiamo che voi non potete capirle del tutto. Finché abbiamo orecchie per ascoltarle

Aldo Sodero «Nano»

70° LIBERAZIONE, MILANO

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