PICCOLE STORIE DA SANTO SPIRITO

Un antico monastero nella zona di Porta Pispini, in piazza Santo Spirito, a dieci minuti a piedi da Piazza del Campo, ospita la Casa Circondariale di Siena. Siamo nel cuore della città e questo carcere è perfettamente integrato con il tessuto urbano e architettonico, si mimetizza, non si vede, ma c’è e spesso prova a farsi sentire.
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Nel 2014 entro grazie all’art. 17 dell’ordinamento penitenziario.
Sono un bibliotecario e dovevo aiutare i detenuti a far nascere una biblioteca all’interno della struttura carceraria. Ci siamo riusciti, il lavoro e il progetto prosegue, ma questa esperienza ha contributo a fare nascere un’altra attività oltre il lavoro che regolarmente svolgo.

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Un’altra esperienza, mutuata da shoot4change, di volontariato fotografico.
Proposi al Direttore, Sergio La Montagna, di organizzare un corso fotografico per i detenuti e poi di iniziare un progetto più lungo mirato a documentare  le varie attività che i detenuti svolgono all’interno della Casa Circondariale, attività che riguardano la vita detentiva al di fuori della cella, il lavoro culturale, le mansioni lavorative, gli incontri e tutto ciò che contribuisce a quel riscatto e a quella riabilitazione incisa nell’art. 27 della nostra Costituzione.
Un progetto che vede coinvolti detenuti, gli agenti della Polizia Penitenziaria, il direttore, le educatrici, e i volontari che svolgono varie attività.

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Nel tempo le storie e i detenuti che ho incontrato si sono alternati. C’è che sta in cella, chiuso in se stesso, e riesce ad evadere solo ridisegnando i grandi maestri del fumetto, chi frequenta la biblioteca per leggere i manuali di diritto e procedimento penale e mette la sua conoscenza al servizio di altri, chi fa lo “spesino”, chi nelle ore di passeggio preferisce fare sport e palestra, chi preferisce leggere. C’è la scuola che aiuta. Chi ama i libri e a fare il bibliotecario ci trova soddisfazione e aiuta gli altri nella lettura e nell’alfabetizzazione, chi a turno lavora in cucina o in lavanderia. Chi si cucina in cella. Chi ha lavorato il pezzo di terra e ha realizzato un orto con prodotti di stagioni e che poi condivide con gli altri.
Chi si racconta, chi non vuole parlare, ma tutti disposti a farsi fotografare. Una foto che poi diventa cartolina da mandare ai parenti.

Nasce così, e continua ancora oggi, Piccole storie da Santo Spirito.

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Fotografare il carcere escludendolo. Trattando questo luogo non come una struttura di reclusione, ma come un quartiere di una città. Dove i detenuti sono dei cittadini, con la loro vita, il loro lavoro, la necessità di riscatto quotidiano.

Nel libro, Sembrano proprio come noi. Frammenti di vita prigioniera, Daniela De Robert scrive: “il carcere non si vede. Vive oltre il muro. Eppure è in mezzo a noi, densamente popolato, carico di tutte le differenze e di tutti i problemi dei nostri giorni. Il carcere non si sente. Soffre lontano dalle nostre case e dalle nostre strade. Eppure è in mezzo a noi, abitato da uomini e donne, da bambini e anziani, da italiani e stranieri, da sani e malati. Ma soprattutto è abitato da poveri. Il carcere è parte integrante delle nostre città, ma le città preferiscono non saperlo, ignorare cosa succede là dentro, voltare lo sguardo quando qualcuno esce e cerca di tornare alla normalità”. Così Piccole Storie da Santo Spirito prova a fare vedere e sentire questa realtà.

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