Umanità separata ma ancora viva

Abbiamo scelto di parlare del carcere per farci conoscere. C’è vita dentro le mura e c’è un grande serbatoio di risorse umane.
Non siamo invisibili.
Ognuno di noi porta dentro di sé aspirazioni, speranze e voglia di riscatto. Per questo motivo (e tanti altri…) abbiamo pensato di incontrare quanti vivono “dall’altra parte”.
Una chiacchierata sui problemi dei detenuti e di ciò che gli stessi possono dare al mondo esterno.
E’ nostro desiderio portare l’attenzione dei nostri ospiti (gente comune, persone semplici, giovani e meno giovani) la difficoltà di non avere strutture che ci possano accogliere dopo la detenzione.
Strutture che siano di aiuto per il nostro reinserimento nei circuiti della vita così detta “normale”.
E per normalità intendiamo soprattutto un lavoro.
Insomma è nostra intenzione far conoscere le storie di un’umanità separata ma ancora viva.
Ed è per questo che desideriamo raccontare quello che nessuno vorrebbe sentire e ancor meno provare sulla propria pelle.
Vogliamo parlare non solo come detenuti, ma come mariti, padri, fratelli e soprattutto figli. Sì perché detenuti è una parola astratta e lontana mentre figli è un termine concreto.
In questo vorremmo essere riconosciuti. E’ una grande scommessa e sarà un percorso lungo.
Siamo consapevoli delle difficoltà di questo nuovo progetto che (speriamo) verrà raccolto in un numero unico. Unico in tutti i sensi.
Forse è la prima volta che un carcere abbraccia e condivide con la città che lo ospita la sua vita e tenta di amalgamarla con la quotidianità di chi sta fuori.
Alberto, Salvatore, Giulio, Giuseppe, Mihai e Adel

 

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