DENTRO AL RACCONTO DEGLI ALTRI

STRPANTA (5)

di Giuseppe Gori Savellini
La Bomba Carta 21/12/2016

Avere una storia da raccontare è bello, è la cosa che ti salva come diceva un personaggio di Novecento, il monologo di Baricco: non sei realmente finito fino a che hai una storia da raccontare e qualcuno a cui raccontarla. A Siena abbiamo una Storia, maiuscola, da raccontare ed un potenziale mondiale di pubblico a cui raccontarla, a cui è necessario raccontarla, per far capire davvero chi siamo, quali siano le nostre tradizioni, il nostro passato e la nostra nobiltà. In fondo la Galleria del Palio nasce per questo, per raccontarci.

Cioè, è bello raccontarsi ma non è più bello farci raccontare di noi stessi? Non è più formativo confrontarci con gli altri e capire loro, il mondo, cosa sa e cosa ha capito di Siena? Ci saranno tante cose sbagliate, che ci faranno arrabbiare, ma anche la consapevolezza che se il mondo di noi ha capito qualcosa è perché noi glielo abbiamo fatto capire. Come? Raccontandoci solo parzialmente, raccontandoci male o non facendolo affatto. Come ci vedono gli altri è un lavoro psicoanalitico che la città deve fare e che, in parte, sta facendo grazie alla leva dell’arte contemporanea all’interno del progetto #CantiereComune, curato da Michelina Eremita per il Comune di Siena, operatori indipendenti e cofinanziato dalla Regione Toscana.

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Due appuntamenti, infatti, all’interno di questo programma ci hanno messo di fronte allo sguardo degli altri, ci hanno fatto vedere – intenzionalmente o meno – come un non senese capisce la città, la sua storia, la sua essenza e la racconta con i mezzi ed i linguaggi a lui più congeniali. Ed avendo a che fare con degli artisti il risultato non può che essere da non sottovalutare.

La Contrada della Torre con l’associazione Battilana ha infatti proposto per il secondo anno il proprio progetto di “nuovo mecenatismo di contrada”, invitando nei giorni del Palio due artisti: un compositore, Andrea Sommani, e un’artista visiva, Sophie Usunier, che hanno vissuto i giorni della Festa e riportato attraverso la musica la loro visione. Sommani ha ricreato in una partitura per archi il suono dei tamburi, scomponendoli e riscrivendoli, la Usunier  invece ha registrato rumori, voci e suoni del suo viaggio verso Siena e dentro la città che poi sono diventati un montaggio sonoro di grande suggestione,“Three times upon a time”.

E poi l’arte urbana, il graffio che invade le strade. Due percorsi distinti curati da Gaia Pasi e Stefania Margiacchi in centro ed ai margini della città murata. Anche in questo caso artisti non senesi che raccontano la loro visione, da esterni. E ne vediamo delle belle. Il cavallo, il Palio, è protagonista di molti lavori, segno che Siena è innegabilmente legata alla nostra corsa, non c’è cristo che tenga. E in fin dei conti è positivo perché poi il collettivo Guerrilla Spam ci ricorda le altre vicende per cui Siena è ricordata all’esterno ed allora ci troviamo di fronte ad un polittico stile pala d’altare dove la Madonna con bambino è circondata da una banca che brucia la ricchezza della città, dalla Robur che viene volatilizzata da una tempesta di vento, un Palio che diventa un rifugio dove annegare tutto il resto ed una Mens Sana che cade nello sprofondo. Sono le parole di Cecco Angiolieri chiaramente a indirizzare i santi “protettori” della Città e la Vergine al centro sculaccia il bambino. Visioni grottesche certo, ma anche e soprattutto critiche, un racconto che noi stessi non abbiamo mai avuto il coraggio di fare. Come il lavoro di Jacopo Pischedda, con una lupa per nulla materna  che urla e allontana i bambini, seduta in un trono che domina simboli massonici. E non finisce qui. Troviamo la pensionata senese che incendia le Logge del Papa, un San Girolamo che a parti invertite è sconfitto dal leone. Tutte opere esposte nella nostra città in questi giorni. Un modo per fare un esame di coscienza, un bilancio della nostra storia recente e del nostro modo di raccontarci all’esterno.

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Se gli artisti ci raccontano così è perché questo hanno conosciuto di noi, e lo hanno conosciuto attraverso un racconto che la città non ha saputo o voluto gestire. Se i due artisti in residenza nella Torre hanno fatto un omaggio alla città è perché hanno potuto conoscerci da vicino, hanno potuto condividere il nostro racconto, ci siamo aperti per loro e ci siamo mostrati, abbiamo fatto capire il Palio. Se invece al resto del mondo non ci apriamo, ci riteniamo autosufficienti anche nel racconto e sta agli altri sforzarsi per capirci senza dare loro chiavi di lettura, poi ci troviamo raccontati solo per gli scandali bancari, per i tracolli finanziari, per una massoneria oscura e per un Giano bifronte equino che evoca morte.

L’arte, certo, mi verrete a dire, è un filtro, non mostra le cose per come sono veramente: vero, ma l’artista fa un racconto e parla di noi. Allora forse dovremmo cominciare noi per primi a raccontarci all’esterno, non sostituire la visione degli altri, ma accompagnarla, integrarla, confrontarla e magari ringraziare questo sguardo esterno per averci fatto capire quello che, per amore della città forse, non avremmo mai voluto vedere. Questa è la potenza del lavoro di #CantiereComune, questa è la scommessa che anche il Comune avrebbe potuto vincere: poi però scopriamo che per vedere la “lupa massona” ed il polittico contemporaneo dobbiamo avventurarci in una via periferica che nessuno conosce (passaggio di Doccino, traversa agreste di via Nino Bixio) e allora qualche dubbio viene, ma prendiamola così: dobbiamo conquistarcela questa ritrovata autoanalisi collettiva.

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