Immortalare la memoria

Intervista di Leonardo Antognoni, collaboratore di Chiantisette, in occasione della mostra “Di liberazione in liberazione”.

1)     Quando hai iniziato a occuparti di fotografia e perché?
Ho sempre avuto interesse per la fotografia, adoro la fotografia italiana del ‘900.  Ho iniziato a fotografare tardi, alla fine del mio attivismo in politica. La fotografia è il mio modo di partecipare, di esserci, con la fotografia torno alla militanza e all’incontro.

2)      Hai iniziato subito a fare foto con lo scopo di immortalare l’attualizzazione della memoria o è stato un progetto che è nato successivamente?
Le mie letture preferite sono i diari e le memorie relative al periodo della Resistenza e in generale della seconda guerra mondiale. Da qui nasce il mio interesse. Poi a Montemaggio, durante un anniversario, scatto una foto a cui sono molto legato. In quella circostanza ho scoperto nuovi stimoli, ho trovato il mio spazio e così ho iniziato e impostato il progetto che porto avanti da circa 5 anni.

3)      Come mai non hai scelto manifestazioni più “classicamente” politiche (penso alla Festa dell’unità, non per forza ai girotondi o altri cortei) rispetto alle commemorazioni e alle iniziative dell’Anpi?
Ho seguito per circa 5 anni tutte le manifestazioni nazionali della FIOM, fotografare le manifestazioni mi piace mi trovo a mio agio. Temi come il lavoro, i diritti, la giustizia sociale lì assumono un valore assoluto e quando posso partecipo. Penso che la fotografia possa raccontare questi luoghi e temi andando oltre il folkloristico ponendosi come partecipante e non come semplice osservatore.Quello sulla memoria è un mio pallino, Pavone disse:  “L’immagine fotografica non può rimanere estranea al grande dibattito in corso sul rapporto tra storia e memoria, sull’intreccio fra memoria individuale e memoria collettiva”. Il lavoro sulla memoria è fatto di complicità tra fotografia, lettura, luoghi e persone.

 4)      Scatti da sempre in bianco e nero? Perché non usi i colori?
Sono cresciuto con le foto in bianco e nero. Prima quelle di famiglia che sono un patrimonio immenso, poi quelle dei fotografi che seguo e leggo. È un linguaggio che mi coinvolge, semplicemente.

5)      Riesci ad avere un rapporto con i soggetti (spesso gente comune fotografata “all’improvviso”, a volte senza che nemmeno se loro se accorgano)
Si … molto spesso chiedo se posso fare delle foto, mi faccio lasciare i contatti e spedisco gli scatti, altre volte no. Dipende dalle situazioni e da come mi sono alzato.

6)      A quali fotografi ti ispiri?
La fotografia italiana del 900 direi … Lisetta Carmi, Mario Dondero, Uliano Lucas, Tano d’Amico

7)      Come ti trovi a scattare foto in altri ambiti rispetto alle manifestazioni?
Da qualche hanno ho scoperto il teatro, il teatro sociale per la precisione. L’idea di contribuire ad un progetto che contamina e include mi piace. Non dico mai di no ad un progetto sociale di cui condivido idea e scopo. Quello che mi stimola è l’aspetto umano che sta dietro a molti lavori che ho realizzato. Così è stato per la danza, per il progetto con i migranti e con i detenuti della casa circondariale

8)      Cosa vorresti comunicare ai tuoi spettatori
Ogni volta che lavoro a questo progetto penso alle parole di Primo Levi: “La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace”, l’idea quindi di raccontare la resistenza e l’antifascismo, il significato di fare memoria oggi.
In generale penso che il bello della fotografia siano le storie, ovvero tutto ciò che spesso sta fuori dai bordi.

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