L’OSSERVATORE PARTECIPANTE

di Silvia FolchiAnpi Siena
(mostra a cura dell’ANPI provinciale di Siena tenutasi a Siena nel Cortile del Podestà dal 24 Aprile al 4 maggio 2014 in occasione del 70° anniversario della Liberazione)

Alessio Duranti è un fotografo dilettante. Nel senso etimologico del termine. Lui a fotografare si diverte, fotografare lo fa stare bene. Basta osservare con attenzione le sue immagini per credergli: il momento stesso dello scatto – e ovviamente il tempo che lo precede e quello che lo segue – sancisce una relazione con il soggetto ritratto. Ognuna delle fotografie testimonia la ricerca di una relazione con le persone che si sono prestate a diventare soggetto fotografico. Sta qui il punto di interesse principale, a mio  avviso, del lavoro di Alessio.

Si possono intravedere e indovinare dei maestri (io ho pensato subito a Tano D’Amico, più per il contesto sociale in cui ci si muove che per l’estetica narrativa, a mio parere, che merita un discorso a parte). Come quelle di Tano D’Amico, queste sono foto militanti. Rivelano immediatamente una certa idea di impegno politico, comunicano direttamente a chi voglia guardare, ma soprattutto dimostrano con appassionata evidenza l’empatia del fotografo con i suoi soggetti.

Le sequenze narrative che compongono i racconti di Duranti sviluppano grandi ambiti tematici, come quello della memoria, della tradizione, o del lavoro.

Il percorso sulla tradizione indaga il Maggio di questua della Montagnola; quello sul lavoro ha portato Alessio a seguire le manifestazioni della Fiom, o a frequentare la quotidianità di una cooperativa sociale.

La memoria riguarda nel caso della mostra le celebrazioni dell’Anpi, ma può descrivere il campo di sterminio di Auschwitz, visto non tanto come descrizione dei mucchi di scarpe, o di valige, o delle altre celebri collezioni che lì vi sono raccolte, quanto negli spazi disperatamente ampi e nelle posture dei visitatori che si aggirano per il campo. Perché al fotografo interessa la descrizione del tempo presente e della realtà che lui stesso può interrogare oggi.

La memoria qui rappresenta l’Anpi, quello di oggi, quello che ha aperto alla partecipazione dei giovani, degli antifascisti, l’Anpi che continua a celebrare la Resistenza ma che spinge i più giovani a farlo con le loro modalità, per non rischiare di rimanere un ramo secco della storia, ora che – a distanza di 70 anni – fascismi e annullamenti revisionistici continuano a fare proseliti. Alessio vede, e ci rivela, celebrazioni partigiane che hanno poco o niente di retorico. Alla Caserma Lamarmora (oggi Caserma Bandini) una sedia vuota risulta quasi una citazione della sedia dell’interrogato o del fucilato la cui caduta si commemora. Sono scene quasi sempre corali, e quasi sempre colpisce l’incrocio degli sguardi: quelli tra il soggetto e il fotografo, o dei soggetti fra loro. Marzabotto è ancora un luogo corale, la partecipazione è di massa, con tante persone anziane o di mezza età, ma anche con tanti giovani. Marzabotto è un luogo che parla da solo. Le persone sono sciolte, agiscono, partecipano, sono in relazione. La caserma Lamarmora invece è un luogo chiuso, privo quasi di partecipazione, tranne quella istituzionale. I militari sono rigidi nelle loro pose obbligate, ritratti spesso di spalle, come se non riuscissero a comunicare con gli altri, che sembrano smarriti, ma comunque più vigili e più vitali con i loro gonfaloni e i loro simboli di reduci.

Le fotografie sono state scattate a Marzabotto, a Montemaggio, alla Caserma Bandini, a Siena durante una manifestazione del 25 aprile. Le didascalie sono tutte citazioni di partigiani: nulla c’era da aggiungere alle foto, che sono quindi state legate a citazioni ulteriori, a discorsi di altri. I partigiani appunto. Anche questo dimostra come il lavoro di Alessio Duranti sia una forma di militanza che ha una componente formale estremamente coerente.

L’assenza del colore sembra una scelta quasi obbligata. Il colore è una informazione di troppo, mentre il bianco e nero prosciuga e apre a una sintesi che basta a se stessa. E’ un bianco e nero che non cerca gli estremi, ma si distende su tutta la gamma tonale.

Gli scatti sono generalmente ottenuti con un obiettivo grandangolare. Questa è una scelta estetica precisa (ma anche etica, se volete): con il grandangolo il fotografo deve andare molto vicino al soggetto, si deve per così dire rivelare, coinvolgere. La relazione diventa in questo modo obbligata e comunque manifesta. In più, il grandangolo non isola il soggetto dallo sfondo come farebbe un teleobiettivo: il soggetto risulta immerso nel contesto, l’estesa profondità di campo rivela ciò che ha intorno.

Il modo di guardare di Alessio, insomma, è quello dell’osservatore partecipante, per scomodare una categoria della ricerca etnografica. Osservazione e partecipazione sono insieme racconto e forma di lotta: per il lavoro, per la memoria, per la difesa della democrazia.

Per quelli della nostra generazione – per la mia come per quella di Alessio e per quelli ancora più giovani, l’Anpi non è un’associazione di reduci a cui essere affezionati per motivi ideologici: è una sfida al tempo presente, una ribellione al conformismo del pensiero unico, un impegno a prendere parte e a pensare con la propria testa. Questo impegno raccontano le foto della mostra, e per questo l’Anpi provinciale di Siena l’ha promossa e l’ha voluta.

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